Sara Thaiz Bozano: bisogna accettare la nostra parte nella storia e percorrerla con coraggio.

L'immagine può contenere: notte

Foto delle prove di Manuela Giusto.

L’esperienza di Sara Thaiz Bozano  co regista insieme ad Elena Arvigo,  nella realizzazione di progetti di teatro multimediale, è stato un importante punto di partenza per l’elaborazione delle immagini suggestive, poetiche e perturbanti che fanno parte dell’allestimento. Sara Thaiz Bozano ha lavorato come assistente alla regia e stage manager di numerose produzioni teatrali in Italia e in Europa. Ha collaborato con Andrea Liberovici, Saskia Boddeke e Peter Greenaway e come stage manager nell’allestimento e nella tournée internazionale di diversi spettacoli di Robert Wilson.

 

Cosa ti ha spinto a confrontarti con l’opera di Jan Fabre?
Sono approdata a questo progetto grazie al coinvolgimento di Elena Arvigo. Ed è stata una scoperta affascinante e molto complessa. Fabre è un artista a tutto tondo e il suo teatro è vera e propria “materia plastica”. I suoi spettacoli sono modellati con estrema cura e per questi Fabre crea un tutto completo: la drammaturgia, i movimenti coreografici, la scena.
“L’imperatore della sconfitta” è stato creato in questo percorso e la struttura del testo, fatto di ripetizioni, di salite e di discese, di tentativi e di sconfitte, lo testimonia in modo inequivocabile. Credo che la sfida più importante che abbiamo affrontato con Elena sia stata il mettere in scena questo testo con il nostro occhio, il nostro gusto, senza celebrazioni e imitazioni ma sempre con grande rispetto e cura.
 
Quanto è stata importante la tua formazione (dalla collaborazione con Andrea Liberovici, Saskia Boddeke e Peter Greenaway e Robert Wilson) per la loro elaborazione?
Ho avuto la fortuna di lavorare con registi dalla grande immaginazione e talento e dai quali ho imparato moltissimo. Tuttavia la lezione più importante che ho portato a casa dopo questi anni di esperienze, credo che sia la libertà di creare uno spazio scenico anche attraverso l’utilizzo di luci, suoni e immagini, dove questi elementi trovano il loro equilibrio specifico solo nel rigore del lavoro del teatro. Così nel momento in cui abbiamo capito che parte del racconto di questo spettacolo doveva essere affidato alle immagini, abbiamo deciso di costruire un team e affrontare la messa in scena come un discorso aperto, dove ogni professionista potesse dare il proprio contributo. Il video – il cui uso in teatro è sempre un rischio – nasce ad esempio in totale sinergia con la costruzione dello spazio, con il progetto luci e con la scelta delle musiche. Ogni elemento ha il suo posto nella compresenza degli altri elementi scenici, ogni artista coinvolto completa con il proprio intervento il lavoro degli altri. Insieme abbiamo voluto comporre una partitura che si evolve dinamicamente, disegna lo spazio e scandisce il nostro racconto.
 
La sconfitta come punto di partenza: una condizione umana ed artistica dalla quale nessuno può esimersi?
Il segreto di questo testo si rivela già nel suo titolo. La sconfitta è un fatto della vita, ma è dato ad ognuno di noi farne un punto di svolta.
D’altra parte il teatro è il luogo dove tutto può essere inventato e tutto è possibile, ed è Fabre stesso a incalzarci verso questa inevitabile conclusione: sul palcoscenico ognuno può essere protagonista. Il palcoscenico è lo spazio dove il ricominciare, dove il provare e l’esercitarsi, creano la circostanza stessa del trionfo e della sconfitta. Il teatro crea di per sé stesso questa doppia condizione, questo equivoco inevitabile.
Esserne consapevoli tuttavia – farne la circostanza che si sceglie per se stessi – è la chiave per uscire dal paradosso. Bisogna essere capaci di ricominciare sempre e dimenticare tutto, ma mai perdere la capacità di osare, di determinarsi, di imparare sempre qualcosa di nuovo. Non ci sono segreti, bisogna solo accettare la nostra parte nella storia e percorrerla con coraggio. E questo mi sembra il più grande insegnamento.

 

 

 

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