Luigi Zoja e la normalità di Medea

Ad introdurre la replica di ieri sera di Maternity Blues al Teatro Out Off è intervenuto Luigi Zoja psicoanalista di fama mondiale, autore di molti libri , tra cui Contro Ismene, considerazioni sulla follia.
A proposito del tema dell’infanticidio Zoja ha parlato di contrasto tra maschile e femminile. Nella storia del teatro gli uomini e i padri assassini siano stati la normalità, mentre la madre infanticida è l’eccezione, ciò pone una riflessione sulla mentalità comune degli autori del teatro, tesi ad una semplificazione del femminile.
In questa ottica appare chiaro come la Medea di Euripide sia un personaggio estremo, mentre-ha proseguito Zoja- le protagoniste di Maternity Blues sono persone, donne fragile ma normali.
Malgrado l’equiparazione dei diritti uomo-donna, nell’immaginario comune il femminile è più legato alla materica. La maternità è qualcosa di legato alla natura, mentre la paternità è un ruolo culturalmente creato.
Anche per questa ragione l’infanticidio viene considerato il massimo dei crimini, in particolare in Italia, in cui l’archetipo del femminile per eccellenza è la madonna.
In realtà nel personaggio materno c’è un rapporto con la vita in cui gli opposti che devono stare insieme: la vita e la morte. La madre ha l’istinto di dare la vita, ma se non riesce a dare la vita può venire fuori la tendenza assassina. Se un uomo uccide il proprio figlio lo fa incoscientemente o in base ad idee astratte. Se una donna uccide il proprio figlio è perché ha l’istinto che questo bambino non riesca a sopravvivere.
Implicito nella pièce è il tema del “blues”, dei disturbi dell’umore e del comportamento dopo il parto. Anche in questo caso il punto di vista è maschile, in realtà la depressione post partum è la regola, la donna si trova a vivere in un ambiente scisso che le assegna un ruolo quasi animale.
Zoja ha, infine, espresso parole di apprezzamento per il lavoro di Elena Arvigo, in cui il testo tragico presenta unità di luogo, spazio e tempo, non c’è sangue in scena, crimine solo accennato, donne fragili ma normale, e lascia tanti interrogativi nello spettatore.

8 Maternity Blues nella foto a sx Elena Arvigo, a dx Elodie Treccani

24 > 29 marzo al Teatro Out Off
MATERNITY BLUES (FROM MEDEA)
di Grazia Verasani
regia Elena Arvigo
con Amanda Sandrelli, Elodie Treccani , Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo
Musiche : Giuseppe Fraccaro

Xhilda Lapardaja: in Maternity Blues mi sono messa in gioco ed ho vinto!

Bella, giovane, eppure con alle spalle già una lunga carriera tra cinema, fiction, serie tv, (da Un caso di coscienza a Un medico in famiglia, passando per Distretto di polizia) e teatro. È Xhilda Lapardaja, albanese da diciotto anni in Italia che in Maternity Blues interpreta la dolce e giovane Rina, che ha ucciso la propria bambina in preda alla depressione.
Come nasce la tua partecipazione a Maternity Blues?
Ho conosciuto Elena Arvigo nel cast di Un caso di coscienza, una fiction per la tv che affrontava per altre vie il tema della maternità. Lei mi ha parlato di questo progetto, chiedendomi di partecipare. Io all’inizio ero molto titubante, perché spaventata dalla complessità del lavoro, dal fatto che partecipare significava mettersi in gioco completamente da attrice. Poi ho deciso di letteralmente affidarmi a lei. Ed ho fatto bene, perché è stata un’esperienza stupenda, non solo lavorativa ma anche e soprattutto umana per lo scambio di energie che si è creato con Elena e le altre attrici.
Rina, tra le quattro protagoniste è quella dalla vicenda più evanescente, non si capisce bene quale trauma sia stato all’origine del suo gesto e del dolore.
Rina è la più giovane, ha ancora tante speranze e spera che ci sia un futuro fuori dall’istituto. È rigorosa nel suo progetto di rieducazione, ed è forse l’unica che può essere recuperata e crede fermamente nel recupero. È vero che ha una storia solo accennata, ha avuto una malattia alle spalle che non viene nominata: l’epilessia, e viene da una famiglia allegra e numerosa che ha sempre fatto finta che andasse tutto bene, che la sua malattia non esistesse. Così lei è rimasta anche un po’ bambina, credendo ancora nelle favole e nell’amore, nonostante tutto.
L’impatto emotivo nella pièce è molto forte.
È proprio per questo che amo tantissimo questo lavoro, è teatro nel senso più profondo del termine. È stato sudore, fatica, emozione e sentimento, ma è stata anche una grande soddisfazione riuscire a realizzare un lavoro così importante.

5 Maternity Blues nella foto Xhildha Lapardhaja  Foto Marcello Norberth

24 > 29 marzo al Teatro Out Off
MATERNITY BLUES (FROM MEDEA)
di Grazia Verasani
regia Elena Arvigo
con Amanda Sandrelli, Elodie Treccani , Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo
Musiche : Giuseppe Fraccaro

 

Elodie Treccani: Marga e la pericolosità dei sentimenti.

 

Molti la ricordano come Lucia nella fiction Commesse o come Giuliana de I ragazzi del muretto, Elodie Treccani, volto noto del cinema e della televisione italiana,( ha lavorato, tra gli altri, con Luigi Comencini nel film La Storia e con Luigi Magni in Nemici d’Infanzia) e di recente ha vestito i panni di Giulia nel film di Fabrizio Cattani, Maternity Blues Il bene dal male e adesso in teatro con la versione teatrale Maternity Blues (From Medea) curata da Elena Arvigo.

Cosa ti ha spinto a partecipare al progetto Maternity Blues?

Avevo già avuto modo di lavorare sul testo di Grazia Verasani in ambito cinematografico, nel film di Fabrizio Cattani del 2011, dove interpretavo Giulia, non una madre assassina ma una donna che entra in contatto con il marito di una delle infanticide. Da lì la curiosità e la voglia di esplorare un personaggio nuovo, quello di Marga, apparentemente immersa in una vita tranquilla, ma che cova una profonda depressione prima di compiere il gesto estremo di uccidere il figlio.

Marga presenta una profonda contraddizione: è anaffettiva ma  riesce a provare emozioni proprio in un luogo dove i sentimenti di solito non entrano, l’ospedale psichiatrico. Come hai lavorato per costruire questo personaggio?

Marga è la nuova arrivata, quindi la sua costruzione parte dall’osservazione del luogo, dalle  relazioni con le altre protagoniste, dalla simbologia di alcuni oggetti. Nel dialogo con Eloisa ad esempio c’è una forte contrapposizione tra due modi di sentire. Eloisa ha sempre avuto colori forti, Marga ha vissuto sempre in silenzio, in disparte, coltivando la difficoltà di relazionarsi con le altre. Proprio in un luogo come l’ospedale psichiatrico riesce a percepire se stessa, in una sorta di viaggio all’inferno  sviluppa  rapporti di amicizia con le altre donne, accumunate dalla stessa sofferenza, condividendo qualcosa di incondivisibile, Marga scopre che può esserci altro fuori dalla sua solitudine.

E dietro la sua solitudine cosa c’è?

Disseminate nella pièce ci sono elementi che riportano la vita di Marga: era una bambina obbediente e remissiva che subiva la presenza di una figura materna molto forte che ha tarpato la sfera affettiva della figlia. Durante la festa di Natale viene svelato il suo trauma di infanzia: da piccola le è stata imposta una separazione dolorosa verso il cane a cui si era molto affezionata, percependo così il messaggio tramandato dalla madre sulla pericolosità dei sentimenti. Molto probabilmente è da ricercare in questo controverso rapporto il germe della sua anaffettività. E poi c’è la repressione che ha conosciuto come giovane sposa felice, che dopo il matrimonio ha messo in un cassetto sogni e aspirazioni per immergersi in una rassicurante vita coniugale.

4 Maternity Blues nella foto Elodie Treccani

24 > 29 marzo al Teatro Out Off
MATERNITY BLUES (FROM MEDEA)
di Grazia Verasani
regia Elena Arvigo
con Amanda Sandrelli, Elodie Treccani , Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo
Musiche : Giuseppe Fraccaro

Amanda Sandrelli: in Maternity Blues c’è il teatro necessario.

È un volto noto del cinema e della televisione italiana, ha un cognome importante e non avrebbe bisogno di presentazioni, Amanda Sandrelli, in queste sere in scena al Teatro Out Off in Maternity Blues, interpreta Vincenza che ha ucciso il figlio Giuseppe e da sei anni si trova nella struttura dove il tempo è sospeso, dove si è dimenticata come è, e porta avanti il progetto di resistenza alla vita scrivendo dei diari per i suoi figli “ancora vivi”.
Vincenza, il personaggio che interpreti in Maternity Blues compie un gesto estremo, togliendosi la vita. Come mai proprio lei, punto di riferimento per le donne più deboli del gruppo arriva a questa scelta?
Vincenza è un personaggio complesso che a differenza delle altre protagoniste, ha ancora due figli. Mentre Marga e Rina, seppur accumunate dalla mancanza di speranza, possono in qualche modo pensare di rifarsi una vita, perché più giovani e perché hanno agito in preda alla depressione, Vincenza ed Eloisa sono in modi diversi donne perdute. Eloisa era una donna perduta anche prima dell’infanticidio perché ha sempre vissuto di eccessi, colorando la propria vita a tinte forti, mentre Vincenza resiste alla disperazione scrivendo i diari per i figli, coltivando il sogno un po’ folle di poter far tornare il passato. Ad un certo punto però è come se un lampo di lucidità la portasse violentemente alla realtà, inducendola al suicidio. Non c’è un perché che possa spiegare il suo gesto, d’altronde gli atti estremi non sono comprensibili con la razionalità analitica.
Maternity Blues non assolve né condanna le donne che hanno ucciso i propri figli. Eppure non si può fare a meno un sentimento di piètas nel disegno di regia.
C’è la piètas umana nella presentazione di queste madri, perché credo sia l’unico modo possibile per inquadrare la situazione. Drammi come quello che portiamo in scena non sono comprensibili con la razionalità, hanno bisogno di altri sensi. Ed il teatro aiuta perché è un’esperienza fisica in cui la testa sta insieme al corpo sia per gli attori che per il pubblico. Il rapporto che si crea permettere di provare pietas. È un sentimento alto, importante, perché permette di riuscire a sentire anche persone lontane da noi. È dalla latitanza di questo sentimento che nasce l’intolleranza. Certo è anche una grande responsabilità provare e trasmettere piètas, perché questo comporta ammettere che la vita è caotica, che l’ordine che cerchiamo di darle è precario.
Perché hai scelto di partecipare a questo spettacolo?
Conosco Elena Arvigo da molto tempo, e trovo che abbia molto talento e che incarni la mia idea di teatro. Quando mi ha parlato di Maternity Blues io l’ho trovato un lavoro necessario, un tipo di Teatro Necessario, capace di dare voce a chi non ce l’ha, qualcosa di cui c’è un gran bisogno oggi.
Una tua riflessione sulla maternità.
Sono l’unica attrice della pièce che ha figli, ed essendo madre l’impatto emotivo è stato molto forte. Credo che ogni madre onesta intellettualmente abbia almeno una volta pensato di poter perdere il lume della ragione, e desiderare l’assenza del figlio. Chiaramente da questi momenti di difficoltà all’infanticidio ne passa. Però credo che basti un attimo di instabilità mentale o di solitudine per arrivare ad un punto di non ritorno. La maternità non è solo quella patinata che continuano a raccontarci. Ma è stato interessante nella pièce raccontare anche l’umanità di queste donne, come avrebbero potuto essere.

Amanda Sandrelli

24 > 29 marzo al Teatro Out Off
MATERNITY BLUES (FROM MEDEA)
di Grazia Verasani
regia Elena Arvigo
con Amanda Sandrelli, Elodie Treccani , Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo
Musiche : Giuseppe Fraccaro

Elena Arvigo: in Maternity Blues guardiamo il dolore dal buco della serratura.

Se vi aspettate di andare in teatro, sedervi comodamente in poltrona e portare a casa una lettura definitiva e rassicurante del presente, avete sbagliato spettacolo.
Maternity Blues è un proiettile che colpisce velocemente la sfera emotiva, imponendo una serie di interrogativi ai quali non sempre c’è una risposta.
Al nostro diario di bordo, però alcune risposte alle nostre curiosità Elena Arvigo le ha date.
Perché raccontare l’infanticidio?
Tutto è nato dall’interesse per il testo di Grazia Verasani, poi ho condotto un lavoro di ricerca e di indagine su un argomento su cui si hanno dei pregiudizi, ma di cui in realtà si sa molto poco. Da qui l’idea di visitare il centro di Castiglione delle Stiviere. L’atmosfera sospesa delle stanze, quasi stanze d’ospedale, molto semplici, disadorne, luoghi claustrofobici, affollati, luoghi di attesa tra le diverse attività praticate nell’istituto. La pièce ripropone proprio una di queste stanze, quasi un antro dell’inferno.
La regia di Maternity Blues è molto delicata ed allo stesso tempo audace pur  tratteggiando con realismo le protagoniste?
L’intenzione è quella di guardare dal buco della serratura la stanza di un ospedale psichiatrico e raccontare le quattro donne immerse in una sorta di limbo che è una vita-non vita, senza assolverle ne condannarle.
Ho indagato con realismo il momento in cui ci si trova in questa dimensione spazio-temporale sospesa, in cui il ricordo e il racconto del crimine non entra, perché altri sono i luoghi deputati alla discussione su quanto è successo, ci penseranno i medici. Nessun processo di rimozione, lontano da ogni facile psicologismo. Nella stanza si cerca di parlare di altro, senza riuscirci, come il momento della festa del natale che è in realtà un momento di fallimento che naufraga in poco tempo.
Ho voluto mettere in luce la tensione alla normalità di queste persone che, anche se perdute hanno avuto e conservano una dimensione umana. Eloisa ascolta Sweet child ‘o mine dei Guns’n Roses, Rina fa ginnastica sognando un futuro oltre quelle mura.
Lo spettacolo inizia con una citazione di Euripide, il richiamo al mito di Medea sembra quasi universalizzare una vicenda che continuiamo a concepire come attuale, contemporanea.
La vicenda di Medea riguarda la filosofia del diritto, il diritto di dare e togliere la vita. Non è una donna in preda ad un raptus di follia, per compiere il suo gesto ha seguito un percorso, che è iniziato nel momento in cui ha deciso di sacrificare tutto per amore dell’uomo che amava: Giasone. Il suo è un urlo di aiuto verso qualcuno. Il discorso attuale riguarda più l’essere umano che la donna. Il 98% delle donne che si sono macchiate di infanticidio ha una famiglia e probabilmente compie il gesto perché sia visto da qualcuno. Il peso delle famiglie si sente ed ho voluto lasciare questa traccia nella pièce. Le quattro protagoniste hanno un vissuto familiare complesso.

Maternity Blues segna il tuo esordio alla regia. Come hai lavorato con le attrici?
Ho voluto instaurare un rapporto di collaborazione che privilegiasse lo scambio con le attrici. Da regista ho messo al centro l’attore, con la sua vivacità e il suo talento. La mia è stata una celebrazione della libertà attoriale, molto impegnativa perché obbliga chi lavora con me a rinnovare costantemente le motivazioni e coraggiosa perché mette costantemente in discussione il lavoro. Ma anche la più fedele possibile alla mia idea di teatro, perché non si può mettere un’onda in una scatola.

24 > 29 marzo al Teatro Out Off
MATERNITY BLUES (FROM MEDEA)
di Grazia Verasani
regia Elena Arvigo
con Amanda Sandrelli, Elodie Treccani , Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo
Musiche : Giuseppe Fraccaro

tel. 02 3453 2140.

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Medea 2.0, Madri che uccidono i figli

Hanno ucciso i loro figli, ognuna di loro in modalità e circostanze differenti, e adesso si trovano in un ospedale psichiatrico, una sorta di limbo che separa le loro esistenze dal resto del mondo e il loro presente da quel prima che era la vita normale, la quotidianità.
Sono le quattro protagoniste di Maternity Blues, la pièce che segna il debutto alla regia di Elena Arvigo, già vista lo scorso anno al Teatro Out off in 4.48 Pysichosis.
C’è Vincenza (Amanda Sandrelli), che ha ucciso il figlio Giuseppe e da sei anni si trova nella struttura dove il tempo è sospeso, dove si è dimenticata come è, e porta avanti il progetto di resistenza alla vita scrivendo dei diari per i suoi figli “ancora vivi”.
C’è Eloisa (Elena Arvigo), la più turbolenta, dall’esuberanza fisica e verbale, che della propria vita disordinata e intrisa di alcool e droga ricorda un padre che non sapeva tenere a freno le mani e un uomo che le ha distrutto la vita, che rimandava il giorno in cui sarebbe diventata madre.
C’è Rina (Xhilda Lapardhaja), che ha ventotto anni e sogna di rifarsi una vita, scalando la montagna di dolore che la affligge.
C’è Marga (Elodie Treccani), la nuova arrivata, la sposa felice, una donna umile e dimessa che per la prima volta sente emozioni proprio nell’inferno dell’ospedale psichiatrico.
Quattro sfumature del concetto di maternità variamente declinate, tutte in qualche modo sofferte, tormentate, fino al gesto estremo: l’uccisione del figlio, di cui nessuna parla esplicitamente.
Si avverte una regia audace e delicata allo stesso tempo. Elena Arvigo che in scena interpreta l’irruenta Eloisa, tesse un discorso registico che con pudore non fa mai cenno a gli episodi di cronaca, non cede nessuna concessione alla curiosità morbosa, alla violenza del tema. Una regia che però con audacia penetra nel dolore sordo di queste quattro anime immerse in una sorta di limbo dantesco, senza lesinare, gli effetti tragici dell’anaffettività e della solitudine.
Sul palco quattro attrici con una lunga esperienza teatrale e cinematografica alle spalle: Amanda Sandrelli, Elena Arvigo, Elodie Treccani, Xhilda Lapardhaja, intense ed energiche, moderne medee in attesa di espiazione.

8 Maternity Blues nella foto a sx Elena Arvigo, a dx Elodie Treccani

MATERNITY BLUES (FROM MEDEA)
di Grazia Verasani
regia Elena Arvigo
con Amanda Sandrelli, Elodie Treccani , Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo
Musiche : Giuseppe Fraccaro
prenotazioni: 02 3453 2140

Maternity Blues

Dal delitto di Cogne alla tragedia del piccolo Loris, la cronaca ci racconta di madri che uccidono i propri figli, dipingendo spesso con morbosità il ritratto del mostro, senza alcuna pietà per le vittime, perché come dice una delle protagoniste di Maternity Blues “quando uccidi tuo i figlio, i morti sono due.”
E allora lontano dalla pruriginosità di certi media, nasce il romanzo di Grazia Verasani, Maternity Blues, che racconta la vita di quattro donne infanticide all’ interno di un ospedale psichiatrico in una dimensione sospesa, lontane dal mondo.
Dal libro di Grazia Verasani, Fabrizio Cattani ha tratto un omonimo film, presentato al Festival di Venezia.


Nelle mani di Elena Arvigo, Maternity Blues diventa una pièce teatrale che incanta pubblico e critica, e che il 24 marzo debutta al Teatro Out off di Milano con Amanda Sandrelli, Elodie Treccani , Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo.


La dolce Marga, l’aggressiva Eloisa, la giovanissima Rina e la più consapevole Vincenza trascorrono il loro tempo all’interno di un carcere psichiatrico, espiando una condanna, che è soprattutto interiore, per il gesto che ha vanificato anche le loro esistenze. Dalla convivenza forzata – che genera la sofferenza di leggere la propria colpa in quella delle altre – germogliano amicizie, confessioni spezzate, un conforto senza consolazione.
Maternity Blues è una denominazione della depressione post-partum. E la riflessione portata avanti dalla drammaturgia di Elena Arvigo è sull’istinto materno.
“Chi è Medea? Chi sono queste donne? Quanto è rassicurante creare mostri per non fermarsi a pensare? Non si pretende di psicologizzare azioni così “tragiche” da restare comunque inesplicabili, ma di investigare sui punti di rottura.-si legge nelle note di regia- Ci interessa scavare in queste zone buie affinché attraverso il teatro sia possibile tentare di favorire una comprensione, per gli artisti coinvolti e il pubblico insieme, più ampia e vasta dell’animo umano. Questa comprensione non implica necessariamente né l’assoluzione né la condanna. Cerchiamo di fare un teatro pericoloso nel senso etimologico della parola: dal latino periculum, ossia esperimento, rischio. Un teatro che cerca un po’ di luce e speranza lì dove sembra non esserci che tenebra.”

24 > 29 marzo al Teatro Out Off
MATERNITY BLUES (FROM MEDEA)
di Grazia Verasani
regia Elena Arvigo
con Amanda Sandrelli, Elodie Treccani , Xhilda Lapardhaja, Elena Arvigo
Musiche : Giuseppe Fraccaro
prenotazioni: 02 3453 2140