Alberto Patriarca: un giovane di 40 anni fa.

Sul nostro diario di bordo oggi c’è Alberto Patriarca, 21 anni, milanese, diplomato all’Accademia dei Filodrammatici, che in Affabulazione interpreta il figlio del protagonista.
Il tuo è un personaggio centrale del dramma, un coprotagonista in una sorta di mito di Edipo rovesciato. Un ruolo impegnativo per una carriera agli esordi.
Il rapporto padre-figlio è il perno del dramma, tuttavia il mio è un personaggio funzionale alla figura del padre, che è il vero padrone della scena. Affabulazione è un testo complesso, che si presta a diverse chiavi di lettura e il lavoro più difficile e al tempo stesso più stimolante è stato quello di cercare concretezza dietro il linguaggio. Mi sarebbe piaciuto indagare di più la psicologia del personaggio, in modo da comprendere meglio la sua trasformazione nel dramma.
Interpreti un giovane degli anni ’60-70 appartenente ad una famiglia borghese in pieno boom economico a Milano, e ti ritrovi a vivere la giovinezza 40 anni dopo in un capoluogo lombardo profondamente cambiato. Analogie e differenze fra quel passato e il nostro presente.
Al di là di quello che si possa pensare ad uno sguardo superficiale accostando il boom economico alla crisi contemporanea, in realtà ci sono molte analogie con quel periodo storico, soprattutto in ambienti borghesi. La differenza sostanziale è che oggi non c’è più il rispetto consacrato al padre, l’obbedienza quasi cieca al volere paterno che c’era in quegli anni.
Per il tuo primo lavoro fuori dai confini dell’Accademia dei filodrammatici, ti misuri con un autore molto impegnativo. Come hai vissuto questa esperienza?
Leggere Pasolini è un’esperienza meravigliosa, ma mettere in scena i suoi drammi è un’operazione drammaturgica complessa. È un autore così immenso che c’è il rischio di perdersi. È stato fondamentale quindi individuare una chiave di lettura, come ha fatto Loris, il regista, e poi lavorare nella direzione scelta. Io ho avuto l’impressione di sentire la voce di Pasolini dietro ogni personaggio del dramma, non solo nella figura del padre o nell’Ombra di Sofocle, come di solito viene considerata.

1 AFFABULAZIONE di Pasolini regia L. Loris da sx Alberto Patriarca, Roberto Trifirò - foto DORKIN

Bruno Pischedda: Pasolini polemista

Il Pasolini degli Scritti corsari e delle Lettere luterane, intellettuale anticonformista e polemista, nella cui mitizzazione a quasi quarant’anni dalla morte siamo ancora immersi, è il ritratto tracciato ieri da Bruno Pischedda, professore di Storia di Letteratura italiana contemporanea all’Università Statale di Milano e autore del saggio Scrittori Polemisti.
Dal Pasolini degli anni ’70 che negli Scritti Corsari prende posizioni scomode e spiazzanti, come quella contro l’aborto, la denuncia per la scomparsa della civiltà contadina nell’Italia trasformata dal boom economico, passando per Il romanzo delle stragi del 1974, in cui in quanto intellettuale afferma la propria consapevolezza delle vicende politiche, alle Lettere luterane, raccolta di articoli in cui riflette sull’estraneità dei giovani, sul conformismo, sulla televisione, sul progresso e sulla politica in Italia.
Pischedda ha posto l’attenzione su una sorta di trattato pedagogico in 14 paragrafi, Gennariello, all’interno delle Lettere Luterane, in cui l’intellettuale di Casarsa si rivolge ad un immaginario adolescente partenopeo della media borghesia, indirizzandogli una serie di consigli e riflessioni sulla vita. In uno dei paragrafi del trattato, I giovani infelici, Pasolini fonde un’analisi della nuova società preindustriale con una considerazione sul rapporto padri-figli. Facendo riferimento al teatro tragico greco, in cui uno temi più misteriosi è la predestinazione dei figli a pagare la colpa dei padri, viene messo in luce come questo argomento si sia tramandato per secoli fino all’età contemporanea. Liberarsi delle colpe dei padri è una necessità dei giovani, infatti, coloro che non si liberano sono infelici. Ma in cosa consiste la colpa dei padri (a cui Pasolini sente di appartenere) di oggi? Nel credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese.
Temi che informano la stesura di Affabulazione, che indaga il rapporto padri-figli negli anni del boom economico, e in un contesto alto-borghese.

bruno pischedda

Disinibita sì, ma solo in scena!

Di quel decennio (‘65-‘75) ne ha solo sentito parlare, perché lei è nata quasi 20 anni dopo, ma in scena interpreta un’adolescente nel pieno boom economico dell’Italia.
È Sara Marconi che in Affabulazione presta il volto alla giovane fidanzata del figlio del protagonista.
Vesti i panni di una ragazza degli anni ’70 molto disinibita. Come ti sei trovata ad interpretare questo ruolo?
All’inizio pensavo che questo personaggio fosse troppo distante da me. Col tempo ho capito che non era cosi, dovevo solo scavare più a fondo. L’aggettivo disinibita è sicuramente corretto, ma io penso che la sua sia una spregiudicatezza di facciata, un modo per affermare la forza della sua giovinezza al mondo velato di ipocrisia degli adulti. In realtà, lei è pudica di fondo. Pasolini stesso dice che il pudore è tutto.
Affabulazione è ambientato in un contesto storico che non hai conosciuto, ma che fa parte del nostro recente passato . Che idea ti sei fatta di quel periodo?
Non ho vissuto quegli anni, ma avrei voluto esserci. Dai racconti dei miei genitori e dalle testimonianze di quel periodo mi sono fatta l’idea che deve essere stato un momento eccezionale, soprattutto per i giovani. La gioventù di allora ha fatto la rivoluzione, cambiando profondamente la struttura della società. La loro era un’urgenza contro l’ipocrisia circostante. È merito loro se sono caduti alcuni tabù ed oggi si possono affrontare argomenti legati alla sessualità con libertà e serenità.

Pasolini è un autore complesso. Come hai lavorato con la sua drammaturgia?

È sicuramente stato un lavoro impegnativo, perché Pasolini scrive un teatro di poesia , Affabulazione è un testo profondo e i suoi personaggi presentano molte sfumature. Inizialmente abbiamo fatto, con il regista Loris e il resto della compagnia, un lavoro di analisi del testo e dei rapporti tra i personaggi. Poi, col tempo e con l’improvvisazione, una volta che mi ero fatta un’ idea dell’immagine che Loris aveva della ragazza, ho cercato di avvicinarmi il più possibile a lei ( cambiando spesso strategia) cercando di capirla, di non giudicarla mai, volendole bene e regalandole tutta la mia verità.

Foto di Agneza Dorkin

Foto di Agneza Dorkin

Annina Pedrini: una borghese piccola piccola.

In scena veste i panni della moglie borghese del protagonista di Affabulazione, passando dall’umorismo iniziale al tragico epilogo. È Annina Pedrini, attrice ed insegnante di recitazione, che al nostro diario di bordo racconta i dettagli del suo ultimo lavoro.
Il tuo è il personaggio che forse più degli altri presenta in maniera accentuata i tratti somatici della borghesia. Proprio quella borghesia di cui Pasolini coglieva il disfacimento.
L’immagine della donna borghese anni ’60 per molto tempo è stata uno stereotipo nella letteratura e nel cinema, penso per esempio ad un grande classico di Marco Bellocchio I pugni in tasca. L’abbiamo sempre immaginata con un filo di perle e un maglioncino, e la protagonista de Affabulazione è esattamente così. Anche se Pasolini ne accenna l’origine napoletana. Probabilmente era una nobile partenopea decaduta che ha trovato nel matrimonio con un ricco industriale del nord una sistemazione consona alle sue origini.
Non è il personaggio principale ma è una figura molto importante nella piéce , segue un proprio percorso psicologico con l’evolversi del dramma.
Nel gergo teatrale è quello che chiamiamo bozzetto, una figura poco accennata a cui, con Loris, il regista, abbiamo dato una sua luce. Io ho trovato molto interessante il monologo finale, in cui prima di togliersi la vita afferma che non amerà mai più così tanto. È una donna che fa dell’umorismo la chiave di lettura della propria vita, esercita la bontà, ama ma è stupita dall’evoluzione psichica del marito ed allora si consuma un distacco, una cesura forte fino al suicidio.
Tu hai vissuto in parte gli anni in cui Pasolini viveva e scriveva. Che ricordo hai di quel periodo?
Citando il titolo di un libro di Mario Capanna “Formidabili quegli anni” ti direi che almeno fino al 1977 in Italia c’era un grande fermento culturale, un’energia positiva tra i giovani e non solo. Io ero un’accanita lettrice di Pasolini, in particolare dei suoi articoli sul Corriere della sera. Pasolini era una voce spiazzante, capace di andare controcorrente e costringeva i lettori ad una riflessione più alta.

AFFABULAZIONE di Pasolini regia L. Loris nella foto - Roberto Trifirò, Annina Pedrini - foto DORKIN

Da Accattone a Salò, il percorso cinematografico ad ostacoli di Pasolini

Ad introdurre la replica di Affabulazione ieri sera al Teatro Out Off, il critico cinematografico del Corriere della sera Maurizio Porro che ha sottolineato i passaggi fondamentali del cinema di Pasolini.
Una figura impossibile da inquadrare e da catalogare è stata quella dell’intellettuale di Casarsa, che proprio per il suo andare sempre in profondità ha trovato un clima ostile in ogni campo in cui lasciò traccia dalla prosa alla poesia passando per il teatro. E anche la sua carriera cinematografica non fu diversa.
Molti suoi film parteciparono al Festival di Venezia, tra fischi, critiche e pregiudizi, affermandosi in seguito come importanti capitoli della storia del cinema.
Una parabola che vede Pasolini, intellettuale degli anni ’50 avvicinarsi al cinema, dopo aver fatto esperienza come sceneggiatore, con il dittico Accattone e Mamma Roma, che risentono del clima neorealista e dei romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta.  Dall’ esplorazione delle periferie romane nella seconda metà degli anni ’60 Pasolini si concentra sulla borghesia del boom economico, fotografandola impietosamente in Teorema e Porcile.
Teorema girato pochi anni dopo la stesura di Affabulazione (1968), presenta molte analogie con il dramma in versi di Pasolini. Adattamento del suo romanzo omonimo, è un ‘mistero’ medievale e moderno al tempo stesso, un’allegoria in cui l’arrivo di uno sconosciuto che intrattiene rapporti sessuali con tutti i componenti di una famiglia borghese, uomini e donne, provoca una serie di reazioni in cui ciascuno viene messo di fronte a sé stesso.
Gli anni ’70 vedono fiorire la trilogia della vita (Decameron, I racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte) che rivelano la profondità del pensiero pasoliniano e che non furono compresi nel panorama cinematografico italiano.
Ed infine il film testamento di Pier Paolo Pasolini, il più discusso e controverso, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, vero e proprio requiem del regista.

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La magia è come il teatro: serve per rappresentare la realtà!

In Vera vuz l’avevamo vista farsi in due in un Messico di fantasia, regalandoci momenti di comicità e di grande intensità drammaturgica. In Affabulazione si confronta con Pasolini vestendo i panni di una veggente. È Monica Bonomi, oggi ospite del nostro diario di bordo!
In una pièce di ambientazione borghese tu sei quasi un personaggio fuori dal coro. Cosa ci fa una maga in una famiglia borghese cattolica degli anni ’60?
Il mio è un personaggio di rottura, che serve a creare un’atmosfera magica, quasi esoterica, per fare da anello di congiunzione tra padre e figlio. A lei si rivolge un padre tormentato alla ricerca del figlio. E a lei spetta il compito di informare sul senso dello spettacolo come rappresentazione della realtà. La palla attraverso cui guardo il futuro non è altro che un simbolo della rappresentazione teatrale secondo la poetica di Pasolini, perché come fa dire anche all’Ombra di Sofocle “ L’uomo si è accorto della realtà, solo quando l’ha rappresentata. E niente meglio del teatro ha mai potuto rappresentarla”.
Mettere in scena Pasolini è un’operazione drammaturgica rischiosa. Dopo due settimane di repliche che idea ti sei fatta dello spettacolo?
Loris ha rispettato molto la dimensione di teatro di poesia di Affabulazione, ha trovato un modo delicato per affrontare un tema complesso. In questo la parola ha avuto una forte connotazione, un’ impronta onirica, quasi fluida. Pasolini d’altronde era un poeta che ha scritto sei opere teatrali.
Tu che ricordo hai di Pasolini?
Io ero piccola quando è morto, ricordo però la notizia della sua morte. Avevo 7 anni ed ero in montagna con la mia famiglia quando al telegiornale dissero che Pasolini era stato ucciso, e mi colpì molto che una persona così famosa potesse essere uccisa in quel modo violento. Leggendo i suoi scritti e studiando mi sono resa conto di come Pasolini sia stato una sorta di Cassandra della società italiana, intuendo 40 anni fa che la televisione poteva modificare l’anima delle persone.

AFFABULAZIONE di Pasolini regia L. Loris nella foto - Monica Bonomi - foto DORKIN

 

Foto Agneza Dorkin.-Monica Bonomi in Affabulazione.

La storia non è andata avanti!

Tanti anni di teatro alle spalle e una profonda conoscenza del mondo del palcoscenico di ieri di oggi caratterizzano Umberto Ceriani, il vaticinatore di Affabulazione.

In Affabulazione interpreti l’Ombra di Sofocle che è centrale nella vicenda e poi vesti anche i panni di tutti gli altri personaggi di contorno della pièce. A cosa è dovuta questa tua moltiplicazione in scena?
Con il regista Lorenzo Loris ci siamo resi conto che l’Ombra di Sofocle è una figura importantissima in scena, apre la vicenda annunciando nel prologo i fatti e chiude il dramma con la rivelazione finale del senso della storia. Quindi abbiamo scelto di spalmare la presenza di questa Ombra anche in altri personaggi minori che simbolicamente tengono d’occhio il protagonista: la guida spirituale della famiglia borghese, il commissario di polizia e, infine, il barbone nella stazione centrale di Milano.
Tu hai vissuto gli anni in cui Pasolini scriveva. Come è cambiata la società descritta dal poeta di Casarsa?
Purtroppo la società di oggi non è molto diversa da quella di allora. Per lavorare ad Affabulazione ho riletto gli Scritti Corsari, le Lettere Luterane e molte poesie di Pasolini e sono rimasto sbalordito dall’attualità di quelle riflessioni. Sembra che la situazione sia cambiata molto poco, molti degli articoli che Pasolini scriveva per Il Corriere della sera e che ha poi raccolto negli Scritti Corsari potrebbero essere pubblicate oggi modificando solo qualche dettaglio, il contenuto e il senso rimangono immutati. Ciò è sconfortante perché significa, come afferma anche l’Ombra di Sofocle in Affabulazione, che la storia non è andata avanti.
Pasolini però non ha avuto vita facile nel panorama culturale italiano del tempo, oggi la società è più predisposta ad accoglierlo?
Mi ha colpito nell’intervento di Franco Buffoni il ricordo del giudizio perfido di Giovanni Raboni che affermò: “Pasolini è poeta in tutto tranne che in poesia”. C’era ostilità nell’Italia degli anni ’60 nei confronti di un personaggio difficile da catalogare. Il suo è un teatro difficile sia da leggere che da mettere in scena, anche Affabulazione non è affatto un testo semplice, forse è molto più fruibile il suo cinema, e la sua visione lucida e profonda del mondo è indiscutibile. Con il nostro spettacolo speriamo che molti sentano il bisogno di rileggere Pasolini, in particolare i giovani che senza dubbio lo conoscono ma che probabilmente lo hanno letto poco.

AFFABULAZIONE di Pasolini regia L. Loris nella foto Umberto Ceriani - foto DORKIN