Chiara Anicito: la mia Polina è un personaggio in divenire.

È diventata mamma poco prima del debutto de Il giocatore, alternandosi nelle repliche con Elena Ferrari. È Chiara Anicito, la giovane protagonista della pièce diretta da Alberto Oliva in scena al Teatro Out Off fino al 30 marzo, e oggi al nostro diario di bordo racconta i dettagli di questa esperienza.
Interpreti un ruolo centrale nella pièce: Polina è una sorte di femme fatale che conduce il protagonista in un vortice di disperazione, ma è anche una vittima della propria una situazione familiare , come hai lavorato per forgiare questo personaggio?

Polina è un personaggio molto ambiguo, irrisolto con se stesso e con chi la circonda. Ho cercato di lavorare su binari diversi, quando trovavo qualcosa che mi sembrava congeniale al suo carattere, pensavo immediatamente a provare qualcosa che andasse in direzione opposta.
Quindi per esempio se l’indicazione del regista Alberto Oliva, era di lavorare su una Polina dura, dominatrice, sicura di se e in una successiva analisi lavoravo cercando le sue fragilità. Non è assolutamente un personaggio chiaro e semplice da affrontare, ancora oggi durante le repliche continuo a cercare spunti e a chiarirmi il suo percorso interiore.

Hai diviso il palcoscenico con Elena Ferrari, quali differenze ci sono tra la tua Polina e la sua?

E’ la prima volta che mi capita di dover condividere un personaggio.
Il percorso di elaborazione è stato veramente interessante perché io ed Elena Ferrari abbiamo dialogato molto e ci siamo scambiate tantissimi spunti di riflessione, trovandoci ad analizzare Polina come fosse stata una nostra amica di cui comprendere il carattere e il modo di relazionarsi con gli altri.
Vedere Elena in scena durante le prove mi ha aiutato molto a capire quali erano le scelte più efficaci.
Questa modalità di lavoro ci ha portato a costruire una Polina abbastanza simile, seppur
con due voci e due corpi totalmente diversi.
Le differenze son difficili da trovare per me, non sapendo esattamente come viene recepita la mia Polina quando sono in scena.
Come è stato il rapporto con i tuoi compagni di avventura, Mino Manni, Davide Lorenzo Palla, e Alberto Oliva?

Non avevo mai lavorato con nessuno dei tre.
Soprattutto non avevo mai provato uno spettacolo al nono mese di gravidanza e questo potrebbe falsare un po’ le mie impressioni sulla modalità di lavoro. Ammetto che per me non è stato facile e sicuramente neanche per loro.
La loro comprensibile prudenza nei miei confronti, in realtà credo ci abbia impedito di lavorare con quella serenità che ogni attore dovrebbe avere in una fase di ricerca e sperimentazione. Ciò nonostante quando tutti i componenti di un gruppo mirano alla buona riuscita di uno spettacolo e quindi condividono un obiettivo, questo diventa più forte e lascia il resto in secondo piano.

1 Il giocatore da Dostoevskij regia Alberto Oliva da sx Mino Manni, Chiara Anicito,  Davide Lorenzo Palla -  Foto Sara Scanderebech

Elena Ferrari. La mia Polina color rosso passione.

In scena indossa un elegantissimo abito rosso, che ne accentua il carattere sanguigno e passionale. È Elena Ferrari, la femme fatale de “Il giocatore”, che al nostro diario di bordo racconta la sua avventura sui sentieri di Dostoevskij.
Interpreti un ruolo centrale nella pièce: Polina è una sorte di donna fatale che conduce il protagonista in un vortice di disperazione ma è anche vittima della propria una situazione familiare . Come hai lavorato per forgiare questo personaggio?
Nel romanzo di Dostoevskij è ben tratteggiata questa dualità della protagonista: da una parte è carnefice nel rapporto con Alexsej, dall’altra è vittima del patrigno e del fidanzato francese. Con Alberto Oliva abbiamo dato maggiore spazio all’aspetto sadico del personaggio, al potere che esercita sul giocatore, lasciando sullo sfondo le immagini di una vita familiare e sentimentale che la vedono succube. Come tutti gli altri personaggi dell’opera, anche lei è spinta all’azione dal denaro, e una volta realizzata la propria sconfitta mette in scena la propria autodistruzione.
Il tuo abito ha calamitato l’attenzione di molti. Elegantissimo e rosso come uno dei colori della roulette. È una coincidenza?
No, il costumista Marco Ferrara ha disegnato il vestito di Polina, il richiamo cromatico alla roulette è voluto, io vesto di rosso, Mino Manni di nero e Davide Lorenzo Palla, quando interpreta il croupier, ha una giacca verde come il tavolo da gioco e il cappello bianco come la pallina. È stata un’idea di Oliva, voleva che gli abiti dei protagonisti richiamassero i colori della roulette.
Ti sei alternata nelle repliche con Chiara Anicito, quali differenze ci sono tra la tua Polina e la sua?
Abbiamo entrambe seguito le indicazioni di Oliva, ma avrà sicuramente giocato un fattore anagrafico. Chiara è più giovane di me e la sua è una Polina più giocosa e passionale, la mia è forse più matura e riflessiva. Vedendo in scena Chiara ho notato una freschezza maggiore nel personaggio.
Come è stato il rapporto con i tuoi compagni di avventura, Mino Manni, Davide Lorenzo Palla, e Alberto Oliva?
È stata una bella esperienza, sicuramente da ripetere. All’inizio non è stato facile entrare a far parte di un gruppo già consolidato, perché Manni, Palla e Oliva avevano già lavorato insieme tra loro, si capivano con un cenno e condividevano un’intimità della quale non facevo parte. Ma sono stati molto gentili e disponibili, ed è stato molto stimolante lavorare con loro. Con Mino Manni, in particolare, abbiamo realizzato scene molto faticose anche fisicamente, e senza una buona intesa sarebbe stato tutto molto più complicato.

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Marco Dotti. L’azzardo non è un gioco da ragazzi.

Dalla Russia di Dostoevskij alla Milano dei nostri giorni, così ieri sera con l’intervento di Marco Dotti, docente di Professioni dell’editoria dell’Università di Pavia e autore di “Slot city. Milano-Brianza e ritorno” , ” Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana” e curatore di “No slot. Anatomia dell’azzardo di massa” si è entrati nel vivo della contemporaneità del gioco d’azzardo.
La dimensione alienante del vizio del gioco non è un fenomeno recente, già Baudelaire scriveva che l’azzardo è un idolo. Proprio quando crediamo di dominarlo ci rivela il suo vero volto: il gioco, non il giocatore, è il vero padrone del gioco.
“Non a caso-ha raccontato Dotti-nelle sale da gioco mancano gli orologi, perché il giocatore perda del tutto la concezione del tempo. Sono concepiti come luoghi privi di socialità, dove vige un regime di solitudine empatica: l’uomo è solo davanti la macchina da gioco, ed è chiamato a rispondere passivamente ad alcuni impulsi. Ed è in questo modo che si consuma la dipendenza”.
“Un meccanismo di dominazione psicologica di cui Dostoeskij parla anche in un altro famoso romanzo “Ne I fratelli Karamazov c’è un episodio in cui si discute dell’ asservimento degli individui attraverso il gioco e le canzonette.” Esattamente quello che si materializza ancora oggi con slot e videopoker.
Nel gioco d’azzardo c’è e c’è sempre stata una logica perversa che mira a ridurre l’uomo alla dimensione cognitiva di un bambino, e quindi dominarlo attraverso la ripetitività e passività del gioco, e rendere adulto il bambino che diventa, suo malgrado, spettatore del vizio degli adulti.
“In Italia, in particolare, c’è un grande conflitto di interessi in chi controlla il gioco. Il primo gruppo editoriale italiano De agostini detiene il 100% delle azioni di Lottomatica-afferma Dotti- E fa pensare il fatto che la casa editrice che realizza libri di testo e atlanti geografici per ragazzi in età scolare, proprietaria anche di due canali tematici su digitale terrestre per bambini sia poi la stessa azienda che gestisce il gioco.”
Accanto al caso dell’azienda De Agostini va ricordato anche che l’Italia è il primo paese in Europa come consumo di gioco d’azzardo e le cifre diffuse dal ministero rivelano una realtà stupefacente, grazie anche alla mancanza della volontà politica di arginare il fenomeno.

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Davide Lorenzo Palla: venite a giocare con me!

Istrionico, divertente, irriverente. È Davide Lorenzo Palla, giovane attore milanese che ne “Il giocatore” di Alberto Oliva interpreta diversi personaggi, cambiando spesso ruolo e abito in pochi minuti. Oggi al nostro diario di bordo confida le difficoltà durante l’allestimento della pièce, ma anche la soddisfazione per il risultato raggiunto. E ci racconta che il teatro fa parte del suo dna.
Nella pièce in scena al Teatro Out Off, interpreti la coralità di personaggi che affollano lo spettacolo di Dostoevskij,  vestendo diversi ruoli in pochi minuti. È stata una bella sfida ?
Sicuramente non è stato semplice farmi carico della pluralità di voci presenti nel romanzo. È stata  una scelta drammaturgica di Alberto Oliva e Mino Manni, diciamo che si è fatto di necessità virtù, perché con un cast ridotto abbiamo portato in scena un romanzo corale. Ho incontrato molte difficoltà tecniche, soprattutto all’inizio, gestire i frequenti cambi di costume, di voce, di personalità in un arco di tempo risicato non è stata una passeggiata. Ma una volta trovato il metodo la strada è stata in discesa e mi sono molto divertito a dare animo ad un’umanità tanto variegata, dal generale russo alla nonnina arzilla. In particolare, tingendo di grottesco questo personaggio,  facendone una vecchia paesana con accento toscano, ho cercato di attirare il pubblico attraverso l’ironia per poi condurlo verso l’attimo di lucidità che segue la febbre da gioco. Un momento molto drammatico in cui il giocatore  realizza di aver perso tutto.
Vesti anche i panni di un diabolico croupier , non presente nel romanzo di Dostoevskij ma forgiato dalle pagine di “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov. Come hai lavorato per questo personaggio?
Ho cercato di rendere il fascino ammaliante di questo croupier che in Bulgakov ha molte affinità con il demonio. La sua leggerezza, il suo sorriso, la sua dolcezza sono tutte armi che sfodera per trascinare Alexsej in un vortice di disperazione. Per i trucchi di magia mi sono servito della preziosa consulenza di un mago professionista Lord Nobody, ed è stata un’esperienza molto stimolante. C’è anche una componente di improvvisazione, perché ogni sera regaliamo ad uno spettatore fortunato 5 €!
Come ti sei trovato con i tuoi compagni di avventura: Mino Manni e Alberto Oliva e come vedi il tuo futuro teatrale?
“Il giocatore” è il quarto spettacolo che realizzo con loro, e spero che questo sodalizio artistico continui. Insieme abbiamo messo in scena “Il ventaglio” di Goldoni, “Il mercante di Venezia” di Shakespeare, e di recente “Enrico  IV”. Con Alberto condividiamo la stessa formazione, entrambi veniamo dalla scuola Paolo Grassi e con Mino Manni, che è un attore di grande spessore ed esperienza abbiamo un percorso artistico molto simile, fatto di militanza in grossi teatri stabili, per poi passare ad una diversa maturazione artistica. Sinceramente non riesco ad immaginarmi lontano dalle scene. Io ho iniziato a fare teatro, grazie a mio padre (lo scenografo Fabrizio Palla), un uomo straordinario che mi ha trasmesso la passione per il palcoscenico, pur avendo lavorato sempre dietro le quinte!

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Quel filosofo di Dostoevskij

Bruno Milone,  docente di Storia e Filosofia al Liceo scientifico E.Vittorini di Milano, ha introdotto  “Il giocatore” di Alberto Oliva martedì 18 marzo, nell’ambito della rassegna di incontri collaterali alle repliche dello spettacolo. Milone, dopo aver sottolineato l’appartenenza dello scrittore russo alla categoria dei filosofi,  ha parlato dei diversi livelli di lettura del romanzo da cui è tratta la pièce in scena al Teatro out off, “Il giocatore” , vi sono quattro piani di svolgimento della narrazione: piano empirico, psicologico, metafisico, mistico.

Empirico: la tensione narrativa è generata dalla minaccia della catastrofe che incombe sul Generale russo, rovinato dal giuoco, e che rischia di travolgere tutta la sua famiglia e il suo seguito. Intorno al Generale si muovono la figliastra Polina, una coppia di approfittatori, un flemmatico inglese e il precettore Alekséj, il narratore della vicenda, le cui relazioni sono oscure e misteriose. Sul piano empirico della vicenda, la sorte e la fortuna sembrano dominare il destino dei protagonisti, come la sorte e la fortuna stabiliscono la vincita e la perdita al tavolo da gioco. Quindi empiricamente, la sorte sembra muovere i personaggi verso imprevedibili e diversi destini, in una serie di incontri e separazioni apparentemente fortuiti, come la pallina della roulette.

Psicologico: la stessa azione si svolge negli strati profondi della psicologia dei protagonisti, dove spesso assume l’aspetto di una lotta violenta e distruttiva, combattuta nell’animo e nella coscienza dell’individuo. Sul piano psicologico si combatte la battaglia fra la condizione reale dei protagonisti (principio di realtà) e le loro aspirazioni e i loro desideri.

Metafisico delle idee. Dostoevskij è interessato alle idee quando si fanno carne e sangue, ideologia, e orientano le azioni umane fino agli esiti ultimi: la morte o il sacrificio. Le idee per il romanziere non sono semplicemente il prodotto dell’intelletto astratto. Ne Il giocatore c’è abbozzato un confronto tra la cultura russa (l’idea russa) e l’Europa. Dostoevskij offre dei giudizi sui popoli, rappresentati attraverso i tipi del Francese, del Tedesco e dell’Inglese (in realtà ce n’è anche per gli italiani). L’autore denuncia come nel catechismo delle virtù e delle qualità dell’uomo civile dell’occidente è entrato come elemento principale, l’attitudine a procurarsi dei capitali.

Infine, esiste un livello mistico, che indaga la psicologia del giocatore. La personalità del giocatore era stata analizzata da Pascal nei suoi frammenti sul “divertimento”. Alekséj sembra un’eccezione, come sembra una situazione eccezionale quella in cui si trova la vecchia zia, ma al tavolo da gioco loro sono la norma.

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Mino Manni: il mio giocatore perde tutto per amore.

Sul palco del Teatro Out Off veste i panni di Aleksej, il protagonista del romanzo “Il giocatore” di Dostoevskij nello spettacolo di Alberto Oliva. È Mino Manni, attore piacentino che in scena interpreta un uomo consumato dalla passione per una donna e dalla febbre del gioco. Al nostro diario di bordo racconta i dettagli di questa avventura.
Il tuo personaggio si caratterizza per un’accesa passionalità.
Forse per predisposizione personale mi capita spesso di interpretare ruoli da bello e maledetto. Con Alberto abbiamo una grande sintonia, ed insieme abbiamo deciso di indagare il male nel personaggio di Alekseij. Il mio giocatore è un uomo dominato da una passione malata, morbosa per una donna che non lo corrisponde: Polina. C’è in lui una sorta di lucida follia che lo conduce prima al tavolo da gioco, per finire allo smarrimento della propria personalità.  È un uomo totalmente posseduto dalla sua passione, e questo lo fa diventare quasi una pallina con cui giocano tutti gli altri personaggi. Abbiamo cercato di raccontare la deviare del protagonista da un equilibrio interiore agli abissi della perdita della propria dignità.
Sembra che per te e Oliva Dostoevskij sia un punto di riferimento costante, più volte avete affrontato il romanziere russo, e ne “Il giocatore” avete lavorato insieme anche all’adattamento.
“Il giocatore” nasce da un lungo progetto, di circa tre anni fa, ed è un lavoro che sento molto mio. Io e Alberto adattiamo sempre insieme i testi, perché ci piace dare la nostra versione dei classici pur mantenendo una  certa fedeltà all’autore. In questo caso abbiamo fatto una scelta, di fronte ad un romanzo frammentario e pieno di personaggi, abbiamo deciso di concentrarci sulla passione. Abbiamo inventato il personaggio del  croupier, prendendo spunto da “Il maestro e Margherita” di  Michail Bulgakov, perché abbiamo trovato molti legami tra i due romanzieri. E cercando una componente spettacolare, drammaturgicamente forte abbiamo anche deciso di fare interpretare più ruoli a Davide Lorenzo Palla.
Cosa differenzia “Il giocatore”di Dostevskij dai ludopatici contemporanei?
Purtroppo è amaro constatare che spesso oggi molti si avvicinano al gioco d’azzardo spinti dalla disperazione, con la speranza di vincere per poter cambiare vita, mentre Alekseij gioca per il gusto morboso di perdere. È un personaggio complesso che approda al gioco perché indotto da una passione malata verso una donna. Mentre i malati di gioco oggi sono  spesso vittime della crisi.
Il Giocatore Mino Manni

Alberto Oliva: “Il mio giocatore è una pedina”.

Non ha ancora trenta anni, ma ha già firmato una quindicina di regie e scritto una biografia che è anche un manifesto generazionale, L’odore del legno e la fatica dei passi. Sul nostro diario di bordo Alberto Oliva ci racconta la sua avventura con Il giocatore.
Il giocatore è il tuo quarto spettacolo tratto da Dostoevskij, qual è il tuo rapporto con il narratore russo, e cosa ti ha spinto a mettere in scena “Il giocatore”?
Io e Mino Manni volevamo mettere in scena da anni questo romanzo di Dostoevskij. Prima di conoscere Mino avevo firmato la regia di Le notti bianche nel 2012, e anche Mino si era confrontato con Dostoevskij. Quando abbiamo formato l’associazione culturale I demoni nella stagione 2011/2012 abbiamo sviluppato  il progetto Dostoevskij,  e gli spettacoli La confessione dal capitolo censurato dei Demoni e Ivan e il Diavolo. Si trattava di pièce “piccole” : monologhi, dialoghi, scenografia minimale. Per mettere in scena Il giocatore avevamo bisogno degli strumenti pratici e tecnici per raccontare l’idea del gioco, l’adrenalina. Occorreva la scenografia giusta ed il teatro adatto. E grazie alla produzione di Exen Media e alla disponibilità del Teatro Out off abbiamo realizzato il nostro progetto.
Nel tuo spettacolo ci sono tre attori: Mino Manni, Elena Ferrari che si alterna in alcune repliche con Chiara Anicito, e Davide Lorenzo Palla, mentre nel romanzo ci sono molti personaggi. Cosa ha guidato la scelta di far interpretare diversi ruoli a Davide Palla?

L’idea che trasporre un romanzo  significhi riprenderlo del tutto mi sembra più adeguata per uno sceneggiato televisivo che per una pièce teatrale. Nella mia regia ho voluto  dare un senso del passaggio dal romanzo al teatro, anche attraverso questa ripartizione dei ruoli. Il giocatore è una pedina che passa dalla roulette alla donna, sempre guidato dal senso di azzardo. Nel romanzo di Dosoevskij ci sono molti capitoli in cui non si parla del gioco, ed altri in cui Aleksej non è addirittura protagonista, ma il filo conduttore è proprio la condizione umana di vivere la vita come una forma di azzardo in tutti i rapporti. E nella messa in scena ho evidenziato questo aspetto.
Davide Palla interpretando molti personaggi in pochissimo tempo esprime in un certo senso le variabili del gioco, i numeri della roulette, oltre a vestire i panni del diabolico croupier.
La pièce pone l’attenzione sul vizio del gioco. La vicenda è ambientata nella Germania ottocentesca, come pensi sia cambiato il modo di vivere questo vizio oggi?
Credo che il desiderio di rischiare tutto con l’inconfessabile desiderio di perdere tutto sia una dinamica del giocatore sempre esistita. Purtroppo è nei momenti di crisi spesso si gioca perché si crede che non ci sia nulla da perdere, ed è facile cadere poi nella dipendenza. È molto triste che ci sia anche una grande speculazione su questa debolezza umana.

2 Il giocatore da Dostoevskij regia Alberto Oliva da sx Mino Manni, Chiara Anicito,  Davide Lorenzo Palla -  Foto Sara Scanderebech