Sei personaggi in cerca della verità

Sarà padre tra pochi giorni, il giovane regista Sandro Mabellini, che il prossimo 4 febbraio sul palco del teatro Out off di Milano vedrà prendere vita un’altra sua creatura i Sei personaggi in cerca d’autore, progetto nato nel corso di un laboratorio di drammaturgia collettiva a Macao.
Perché un movimento antiborghese come Macao ha scelto di mettere in scena un classico del teatro del ‘900?
È stata una scelta provocatoria. Il classico di Pirandello è uno dei drammi più famosi e rappresentati anche all’estero, riflette sul senso del teatro e dell’attore, sull’impossibilità di essere attori. Ma le messe in scena borghesi non gli rendono giustizia, Pirandello è stato un autore rivoluzionario, spesso incompreso, che ha scardinato proprio quella tradizione di dramma ottocentesco in cui erroneamente viene collocato.
Come hai scelto gli attori e come si è svolto il lavoro di drammaturgia collettiva?
Attraverso un laboratorio aperto e gratuito, al quale era possibile accedere inviando una lettera di motivazione, senza foto né cv. In realtà, in un secondo momento, ho scoperto che tutti i giovani che ho selezionato provengono dalle scuole di teatro. Ogni attore si è occupato di riscrivere la versione della propria parte, prendendo come riferimento la traduzione inglese di Harrower e la scrittura di Pirandello. Abbiamo cercato di eliminare la retorica e rendere più vicino alla contemporaneità il linguaggio.
Siete tutti giovani, c’è uno sguardo generazionale sul classico di Pirandello e sul Teatro in generale?
Sicuramente si, è c’è soprattutto la volontà di  dimostrare che un classico può parlare di attualità, portando a teatro un pubblico nuovo, accanto a quello tradizionale. Nel panorama europeo succede spesso che giovani movimenti di avanguardia mettano in scena i grandi classici, rendendoli vivi. Questo è anche il nostro obiettivo. Sento che è un’operazione ambiziosa ma necessaria. Con il gruppo di Macao abbiamo cercato di avvicinarci il più possibile alla verità, attraverso la scena, ossia la finzione per eccellenza.
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La lingua degli ultimi, riflessioni sul dialetto a margine di Vera vuz

Tante le riflessioni e le chiavi di lettura della pièce di Edoardo Erba, Vera vuz, in scena al Teatro Out Off di Milano fino al 2 febbraio sviluppatesi durante l’incontro “La lingua degli ultimi, riflessioni sul dialetto a margine di Vera vuz” promosso dall’Università degli Studi di Pavia. A moderare il dibattito Fabrizio Fiaschini, docente di Storia del teatro e dello spettacolo all’ Università di Pavia. Presenti in sala il regista Lorenzo Loris, i protagonisti Gigio Alberti, Mario Sala e Monica Bonomi.
Fiaschini ha posto l’attenzione sulla scelta di Erba di scrivere in pavese, dopo aver indagato in altri lavori la potenzialità del dialetto,  come il romanesco in Muratori, forse per tornare alla lingua dell’infanzia. Alcuni spettatori d’oltre po hanno fatto notare come la lingua proposta sul palco non corrispondesse filologicamente al dialetto puro di Pavia, ma drammaturgicamente il vernacolo diventa il simbolo  di un mondo che sta scomparendo.
Tanta la curiosità espressa dal pubblico sull’approccio degli attori con l’idioma pavese. I protagonisti hanno svelato di aver seguito un trainer, un attore di Pavia, per apprendere al meglio suoni e peculiarità della lingua, e di aver trovato questa esperienza molto stimolante.
Un’altra parte del pubblico ha rilevato come l’ambientazione improbabile, in un Messico di fantasia, sia in realtà molto simile al paesaggio della provincia del nord nelle estati torridi, e come questa dimensioni renda magica l’atmosfera della pièce.
Una spettatrice straniera ha sottolineato come vedere una commedia in dialetto lombardo in Italia sia un caso più unico che raro,  a meno di non vedere lavori dialettali, mentre i vernacoli napoletani e siciliani siano stati spesso utilizzati dalla drammaturgia contemporanea.

Edoardo Erba: Il dialetto di Vera vuz mi ha riportato all’infanzia

Uno degli autori italiani maggiormente tradotti all’estero, celebre per Maratona di New York, tradotta in ben 17 lingue, ed attualmente in scena a Parigi, per Muratori, Margherita e il Gallo e molte altre commedie, Edoardo Erba è il papà di Vera vuz, ed oggi sul nostro diario di bordo ci svela i retroscena della sua scrittura.
Sei uno degli autori maggiormente tradotti e rappresentati all’estero. Come mai hai deciso di scrivere Vera vuz in dialetto pavese?
È stato un ritorno alle origini. Avevo già indagato le potenzialità del dialetto in Muratori, in Margherita e il gallo e in Trote, ma avevo utilizzato il romanesco che non mi appartiene, ma che conosco bene, vivendo a Roma. Con Vera vuz ho scelto di utilizzare la lingua madre, in tutti sensi, perché oltre ad essere il mio dialetto è anche la lingua di mia madre, pavese Doc! Ed è stata un’esperienza emotivamente intensa, ritrovare parole e modi di dire della mia infanzia.
Vera vuz trae origine da un episodio di cronaca, tu però aggiungi elementi narrativi e chiavi di lettura nell’opera.
Mi sono a lungo interrogato sul perché i due protagonisti non si rivolgessero la parola da anni ed ho pensato che l’offesa dell’onore, per mezzo dell’oltraggio alla madre di uno dei due, si incastrasse bene nell’economia della storia. Giocando anche sul parallelismo tra la figura materna e la lingua madre.
Lo spettacolo in scena al teatro Out off continua a mietere consensi, la critica ti ha definito uno degli autori di teatro contemporanei più brillanti. Tu che idea ti sei fatto della regia di Lorenzo Loris?
Loris, Gigio e Mario mi hanno aiutato molto a riscrivere il testo. Io, invece, non ho voluto assolutamente mettere il naso nel loro lavoro. Perché li conosco da anni, abbiamo condiviso l’esperienza del Piccolo, sapevo che avrebbero fatto un ottimo allestimento. E così è stato!
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Gigio Alberti: che spasso il Messico di Vera vuz

Lo abbiamo visto in Mediterraneo di Gabriele Salvatores, premio oscar nel 1992, recentemente in Cosa voglio di più di Silvio Soldini, in Femmine contro Maschi e adesso è di nuovo al cinema con Il Capitale Umano. Ma Gigio Alberti oltre ad essere un volto noto per il grande schermo è anche un attore di teatro, che con Lorenzo Loris e il teatro Out off ha una collaborazione pluridecennale. In Vera vuz interpreta Manuel, ed oggi sul nostro diario di bordo ci parla del suo ultimo lavoro.
In Vera vuz reciti in dialetto pavese, una lingua per te nuova. Come è stato il rapporto con il vernacolo sulla scena?
È stata un’esperienza molto positiva. I dialetti sono più ricchi delle lingue ufficiali, io li trovo più espressivi e sonori, diventano quindi fonte di ricchezza per un attore che ne può indagare e sfruttare le potenzialità. Nel testo di Erba il dialetto pavese è  uno strumento e un tema, perché la perdita della lingua va di pari passo con il bilancio della vita dei due protagonisti, ormai giunti alla vecchiaia.
Come è stato il rapporto con il tuo personaggio Manuel, un seduttore, avventuriero con molti lati oscuri?
Mi sono divertito molto ad interpretare Manuel. È un provocatore finito, entra in scena per istigare Isidro allo scontro, anche se ormai è appesantito e sa che avrà la peggio. Lui ed Isidro incarnano due modi diversi di vivere la vita: avventuroso il primo, solitario il secondo. Eppure sono legati, proprio perché si completano a vicenda.
Il testo di Erba presenta molte chiavi di lettura. Il dialetto diventa quasi un mezzo per parlare di amicizia, onore, amore filiale, ed altro. C’è un tema che ti ha colpito maggiormente?

Io ho apprezzato molto l’ambientazione improbabile, in un Messico di fantasia, intrecciando dialetto ed epopea. Il risultato è un western all’italiana, originale, inedito, divertentissimo.

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Mario Sala: in Vera vuz interpreto me stesso!

Al teatro Out off è di casa, lo abbiamo visto prestare il volto al dottor Scherber in Prodigiosi Deliri, diretto da Lorenzo Loris, con cui ha un sodalizio artistico pluridecennale. È Mario Sala, che in Vera vuz interpreta il burbero Isidro, e che oggi ci racconta la sua esperienza con la pièce di Edoardo Erba.

 Sei di Varese ma vivi da tempo a Pavia, come è stato per te recitare nel dialetto della città che ti ha adottato?

È stato bellissimo, come recitare in una lingua straniera. Esprimermi in un idioma che non mi ha appartiene, ma di cui subisco il fascino, mi ha regalato tanta libertà, perché una lingua sconosciuta è capace di sorprenderti. E queste sensazioni di libertà e di scoperta sono importantissime per chi fa teatro.

In Vera vuz interpreti Isidro, un uomo solitario ed abitudinario che ha scelto una vita tranquilla. Come hai vissuto il rapporto con questo personaggio?

In Isidro ho ritrovato me stesso, nel suo essere introverso, nel rifugiarsi in una vita tranquilla. Molti attori della mia generazione si trasferivano a Roma per cercare successo, io,invece, ho preferito la provincia e il teatro alle promesse ed ai pericoli della capitale. Un po’ come Isidro che per tutta la vita non va alla Catena Madre.

Il testo di Erba presenta molte chiavi di lettura. Il dialetto diventa quasi un mezzo per parlare di amicizia, onore, amore filiale, ed altro. C’è un tema che ti ha colpito maggiormente?

Sicuramente la dualità dei protagonisti, Isidro e Manuel (Gigio Alberti), molto diversi eppure molto legati, quasi complementari. Il primo è burbero, solitario, barricato nella routine, mentre Manuel è avventuroso, seduttore, affabulatore. Credo che questi due caratteri siano due archetipi in cui ognuno si può riconoscere. La cosa buffa è che io e Gigio siamo così anche nella vita privata, lui è più portato per la vita sociale e mondana!

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Monica Bonomi: in Vera vuz mi faccio in due!

 Oggi ospite del nostro diario di bordo è Monica Bonomi, attrice, insegnate, adesso anche scrittrice con  Io non so fare niente,  ci racconta la sua esperienza nell’ultimo lavoro di Edoardo Erba.

In Vera vuz, in scena al teatro Out off, reciti in dialetto pavese, come è stato il tuo rapporto con una lingua arcigna come il lombardo?

È  stata un’esperienza molto importante e stimolante per me, perché mi sono misurata con una lingua semisconosciuta, in parte è stato come recitare in polacco. Man mano ho scoperto le potenzialità espressive del dialetto.

 In scena presti il volto anche a due donne molto diverse tra loro: Felipa è quasi una serva goldoniana, mentre Maricruz è una donna fragile. Come è stato rapportarsi con due caratteri così lontani?

È stato molto difficile, soprattutto all’inizio perché Felipa può facilmente sconfinare nella macchietta e Maricruz richiama un mondo antico e terrigno, che ho dovuto cercare scavando in profondità.  Loris (il regista) è stato davvero sensibile a trascinarmi dentro il personaggio con estrema chiarezza e grazia. Interpretare Felipa è stata anche una grande responsabilità, il suo carattere, dirompente e comico, fa da contraltare all’interno del disegno drammaturgico. Fondamentale è stata la presenza in scena di due attori (Gigio Alberti e Mario Sala) così bravi e generosi.

 Il testo di Erba contiene molti temi: la lingua come identità, l’amicizia profonda, ma anche l’amore filiale, il senso dell’onore. Cosa ti rimane di un lavoro così ricco di significati e sfumature?

Il testo di Vera vuz mi è sembrato bellissimo da subito, anche se è stato difficile immergersi nel contesto, perché  Erba ha scritto una commedia totalmente radicata nel mondo da cui proviene, e per fare onore al suo lavoro, ho cercato di coglierne prima di tutto l’essenza: la perdita. La perdita del mondo in cui si nasce si cresce e che poi si deve abbandonare o da cui si viene abbandonati, la perdita degli affetti, il tradimento anche dell’amicizia. Credo che siano questi gli elementi su cui mi sono concentrata di più.

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Sei personaggi in cerca d’autore

In onda questa sera su Rai 5 la storica messa in scena di  “Sei personaggi in cerca d’autore” del 1965 della Compagnia dei Giovani diretta da Giorgio De Lullo, con Romolo Valli nel ruolo del Padre, e Rossella Falk  ne i panni della Figliastra.

Un classico da non perdere, aspettando la versione di Sandro Mabellini, che dal testo di Luigi Pirandello ha sviluppato un lavoro di drammaturgia collettiva, svolto all’interno di un laboratorio aperto a Macao, e in arrivo sul palco del teatro Out off il prossimo 4 febbraio.

Ricerca e di sperimentazione su uno dei testi più amati e rappresentati del premio Nobel di Agrigento, è quello che ha portato avanti la squadra di Mabellini,  di cui fanno parte Marco Bellocchio, Sebastiano Bottari, Cecilia Elda Campani, Valentina Cardinali, Diego Giannettoni, Francesca Goliacon. Tutti accumunati dall’obiettivo di rendere la finzione piú vera della realtà.

Una profonda ristrutturazione del parlato che ha coinvolto attori e regista, partendo dalla versione inglese di Harrower,  di cui all’inizio si è usata  la traduzione per liberarsi della retorica del lingua pirandelliana, per approdare in un secondo momento alla creazione del parlato  da parte di ogni personaggio.

Nella versione di Mabellini non c’è il capocomico, come nell’originale, ma una regista, cosí come si intende oggi, che indica ai suoi attori il modo in cui recitare. Nonostante questo Sei personaggi non è uno spettacolo nato sotto la conduzione di Mabellini, ma il risultato di un lavoro di un collettivo di attori, guidati dalla visione del regista.

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